note per una storia della scuola

Alle origini dell’alfabetizzazione di massa

La storia dell’alfabetizzazione di massa affonda le sue origini nello scontro religioso conseguente alla Riforma di Lutero. La risposta cattolica al diffondersi delle tesi luterane si attuò anche mediante un gigantesco tentativo di acculturazione in una Europa che era solo parzialmente evangelizzata.

Le disposizioni del Concilio di Trento che imposero l’obbligo ai parroci di tenere la scuola di catechismo ed ai vescovi di vigilare sulla sua osservanza durante le visite pastorali, svolsero un importante ruolo nello sviluppo dell’alfabetizzazione e delle scuole.

La strategia educativa della Chiesa si manifestò così con la creazione di vere e proprie scuole aperte al popolo alle quali si dedicarono congregazioni religiose che concepirono l’educazione come un settore privilegiato della pastorale.

Il fine dell’istruzione era, ovviamente, religioso e le materie profane (leggere, scrivere, far di conto) non erano che un mezzo per attrarre i fanciulli e trattenerli. A questi compiti primari si affiancò pure l’interiorizzazione di una pratica educativa fatta di regole molto semplici: rispettare i genitori, obbedire ai maestri, condurre una vita onesta, fuggire il male. Il decreto approvato nella XXIV sessione conciliare (dell’11 novembre 1563), infatti, incaricava i ministri di provvedere all’istruzione dei bambini nei rudimenti della fede e sulla obbedienza dovuta a Dio ed ai genitori, legando così insieme istruzione religiosa, alfabetizzazione ed educazione ai buoni costumi.

Il dibattito pro e contro la scuola

Non si deve pensaare che fosse unanime il consenso verso la scolarizzazione di massa. La spinta di matrice illuminista che aveva condotto all’adozione del Regolamento del 1818 vedeva nel progetto-scuola il tentativo di sollevare le infime classi dalla nativa ignoranza. Ad essa si addebitava tutta una serie di calamità come gli errori, i pregiudizi, il lento progresso dell’agricoltura e delle arti e la stessa scostumatezza del basso popolo. Questa visione positiva non poteva nascondere, comunque, il vero obiettivo. E cioè che il miglioramento dei costumi e della formazione dei contadini era strettamente intrecciato e collegato ad esigenze economiche che miravano a ridurre gli aspetti più vistosi della scarsa produttività lavorativa e della renitenza contadina al rispetto della proprietà e degli obblighi contrattuali.

Di segno opposto la posizione dei più reazionari che vedevano nell’istruzione generalizzata un avvio al modificarsi delle consuetudini contadine, cosicché il figlio avrebbe sdegnato di incallire le mani con gli strumenti del genitore, aspirando invece a passare nella classe dei fittavoli oppure ad amministrare le sostanze dei ricchi possidenti.

Regolamento del 1818: Regolamento organico per le scuole elementari dl 22 nov. 1818. Pur adattata alle nuove provincie, la struttura ricalca da vicino quella austriaca: scuole ripartite in minori, maggiori e tecniche, dirette le prime all’istruzione sommaria nelle campagne, le seconde ai ceti medi cittadini, le ultime all’addestramento professionale di chi abbia già frequentato l’intero ciclo elementare (cfr. Claudia Salmini, L’istruzione pubblica dal regno italico all’Unità, in Storia della cultura veneta, diretta da G. Arnaldi e M. Pastore Stocchi. Dall’età Napoleonica alla prima guerra mondiale, 6, Vicenza 1986, pp. 59- 79.

possidenti: Bernardello A., Veneti sotto l’Austria. Ceti popolari e tensioni sociali (1840-1866), Verona 1997, pp. 26-34.