Anna, infanticida per timore di infamia

Il caso di Anna, infanticida per timore dell’infamia sociale nel primo anno della Libertà italiana, 1797

Una premessa

La violenza contro le donne è una tragica rimanenza di secoli di coercizione e di condizionamento fisico, morale, intellettuale. Un sistema che assegnava al maschio una preminenza indiscussa, forse unicamente fondata sulla migliore disponibilità biologica della forza bruta. Una cultura che parte da molto lontano, forse da millenni, quando ci s’interrogava se addirittura la donna avesse o meno un’anima. Una cultura che si consolida, anche nei suoi livelli più elevati, nella forma del pregiudizio sull’inferiorità femminile. Ne abbiamo una testimonianza precisa nell’archetipo riferito da Platone a proposito della vita di Talete, quando fu deriso da una donnetta di Tracia perché, intento al cielo, cadde in una buca. Donnetta senza nome, serva e barbara, tutti elementi che la connotano come emblema dell’incapacità di accedere ad ogni forma di conoscenza superiore. 

... mentre stava mirando le stelle e aveva gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggiò... (Platone, Teeteto, 174a-174c)

La violenza contro le donne è incomprensibile, illogica, che lascia stranita la ragione e il cuore. E’ una violenza irragionevole, al solo pensarci, ma che indugia ad estinguersi. Mostra un lento rifluire, anche se inesorabile nel suo procedere. Ma troppo lento, con improvvisi ritorni al passato e rigurgiti disumani, come fanno le maree che prima liberano e poi ricoprono, come fanno tutte le voci che si coniugano negli spazi tortuosi delle mentalità.

La storia che vogliamo presentare oggi riferisce un fatto accaduto nel 1797. E vogliamo raccontarla per dire come la violenza contro le donne abbia le sue radici lontane, in quel torbido brodo nel condizionamento culturale e sociale che le ha portate a essere vittime predestinate. Vittime che talvolta si mutano in carnefici, integrate e quasi stritolate all’interno di un sistema nel quale la vergogna e la pressione dell’infamia sociale – l’occhio altrui che ti opprime, direbbe Sartre – ti portava ad uccidere la tua stessa creatura, appena partorita.

L’epoca dei fatti: maggio 1797, un tempo di cambiamenti epocali per la gente dei Colli

Il fatto di cui ci occupiamo accade in un periodo di grandi e radicali cambiamenti. Il 15 di maggio il Doge Lodovico Manin ha lasciato il palazzo Ducale e la sua autorità viene sostituita da una Municipalità provvisoria. Siamo in quei giorni di mezzo in cui si insedia una nuova autorità che aveva sollecitato le attese degli Illuministi italiani per una epocale cambiamento. E siamo anche a pochi mesi di distanza dal Trattato di Campoformido (17 ottobre 17987) che avrebbe deluso le aspettative patriottiche di molti.

I fatti si svolgono dunque nell’anno 1797, il primo della nuova era della “Libertà e Uguaglianza”, come recitano le intestazioni dei documenti delle diverse Municipalità che si occupano del caso di Anna. Doveroso precisare che quell’anno, per la gente dei Colli e del Veneto in generale, è un anno tra quelli che la storia qualifica come epocali. Un anno che si può avvicinare a quelli che nell’immaginario collettivo sono stati il 1789 e il 1989. I cambiamenti indotti dalla rivoluzione francese nel 1789 e dalla caduta del muro di Berlino nel 1989 possono farci capire quel rovesciamento totale di prospettive politiche, di autorità, di abitudini, di assetti sociali ed economici. Insomma da ogni lato si guardi si vede il frantumarsi di ogni certezza. Portando a galla incoerenze come il convivere di una figura del mondo locale veneziano, il degano del paese di Boccon che svolge la denuncia contro la giovane contadina, a cui risponde il pronto intervento dell’Assistente alla Pubblica Sicurezza della Municipalità di Padova, una innovazione tipicamente francese.

Cambiamenti intervengono perfino nel sistema giuridico. Lo descrive lo storico Claudio Povolo che, occupandosi di questo caso, illustra come anche dal punto di vista della cultura giuridica che va definendosi evidenzia nell’episodio le vistose contraddizioni di una società che aveva spinto una donna a sopprimere il proprio figlio per evitare il disonore, la vergogna e l’infamia. Scrive lo studioso:

La configurazione penale dell’infanticida rappresentava però emblematicamente le vistose contraddizioni di una società, che aveva spinto una donna a sopprimere il proprio figlio per evitare il disonore, la vergogna e l’infamia. Una configurazione che rappresentava simbolicamente la difesa, sin dalla nascita, dell’essere umano e che in quanto tale non poteva essere abbandonata. Ma la grave condanna già decretata dalla società nei confronti di queste donne, colpevoli soprattutto di essersi lasciate travolgere dalla passione e dall’inclinazione dei sensi, impediva ormai al giudice di decretare una pena severa. La configurazione giuridica dell’infanticidio per causa d’onore era ormai alle porte

Ma sul fatto che cose grandi stiano capitando lo si avverte anche nella percezione dei locali. Tra le annotazioni di un monaco di Praglia, che compila la cronaca della comunità, si evince lo stato d’animo quasi di sorpresa e straniamento, ma anche di amarezza, che accompagna questi eventi straordinari. Il 28 marzo del 1797 l’Abate di Praglia si era presentato al cospetto di Sua Eccellenza Gian Francesco Labia Capitanio e Vice Podestà di Padova e a nome del Monastero professò la sua fedele sudditanza alla – già moribonda, aggiungeva il Fiandrini – Serenissima Veneta Repubblica. E per dimostrare tale fedeltà si pose sul cappello, e lo stesso fece fare a tutti i suoi monaci, la Cocarda veneta. Giusto un mese dopo, il 28 aprile, Padova fu occupata dai Francesi, il Labia deposto ed incarcerato, e ai monaci convenne indossare la Cocarda francese, per obbedir alla principiata democrazia. Una democrazia che presto mostrò il vero volto. Coloro che avevano alzato in Prato della Valle l’albero della libertà, da liberatori mutarono presto in invasori che non risparmiarono neanche al Monastero di Praglia l’estorsione di circa 10.000 oncie di argenteria consegnate in maggio dai monaci.

Per cui – conclude l’amareggiato cronista – quei giorni portarono con sè requisizioni, ruberie, eccessi nelle tassazioni, prestiti forzosi che lo indussero ad annotare sconsolato: purtroppo pare che i francesi non ci vogliono lasciar che gl’occhi per piangere.

Questo il contesto in cui si collocano quei fatti di fine maggio del 1797 che vogliamo raccontare.

scrive lo studioso: CLAUDIO POVOLO, L’imputata accusa: un processo per infanticidio alla fine del Settecento, in G. L. Fontana, A. Lazzarini (eds.) Veneto e Lombardia tra rivoluzione giacobina ed età napoleonica. Economia, territorio, istituzioni, Cariplo-Laterza, Roma-Bari, 1992, pp. 563-575.

D. Benedetto Fiandrini nacque a Bologna il 30 maggio 1755. Il 10 maggio 1800 giunse a Praglia ed a questa comunità fu canonicamente incardinato il 1° giugno 1805. Qui anche si occupò del riordino dell’archivio ed ebbe l’incarico per l’insegnamento di architettura civile e ornato nel Collegio. Dopo la soppressione di Praglia il Fiandrini rimase fino alla fine di maggio 1812 come vice-Parroco di Tramonte. Passò quindi a Santa Giustina, dove morì il 12 novembre 1827 [cfr. Carpanese 1980, p. 201].

Cocarda veneta: Fiandrini, Cronaca …, f. 21.r.

incarcerato: Carpanese 1980, p. 199.

in maggio dai monaci: cfr. Carpanese 1980, p. 1

annotare: Fiandrini, Cronaca …, f. 21.r.

I fatti esposti sono in: Archivio di Stato di Padova (d’ora in poi ASP), Archivio giudiziario criminale (d’ora in poi AGC), b. 473, f. 1. 

La protagonista: Anna di mediocre statura, dal polachin bianco senza maniche… 

Non è così frequente che i documenti d’archivio ci diano l’aspetto delle persone, ma con Anna siamo fortunati. Ha 25 anni, lei dichiara; circa 22 si dice nell’interrogatorio della madre, che dunque non ricorda con precisione l’anno della nascita della figlia. Ma dall’aspetto sembra tale. Quale aspetto? Eccola comparire per l’interrogatorio a Padova: indossa un polachin bianco senza maniche (siamo a giugno), i capelli sono castano scuri a scopellotta – forse una crocchia? – indossa una cottola di stoppia rigata; è scalza e ha scarpe di tella nera.

E’ orfana di padre, vive andando a opara, cioè facendo la bracciante. L’unico viaggio della sua vita era stato quello di andare a Padova qualche giorno nel novembre dell’anno prima, 1796, presso il cittadino Antonio Bastianello, dove stava anche il fratello.

Quale aspettative poteva avere una come Anna? Andare a opara, bracciante appunto, oppure al massimo andare a servizio presso una famiglia padovana. I Bastianello glielo avevano proposto ma lei volle tornare: forse possiamo capire perché.

L’unica cosa che la vita le aveva riservato erano stati gli occhi del figlio del padrone che si erano puntati su di lei. E lei era lusingata di queste attenzioni che le venivano riservate, forse l’unico privilegio che aveva conosciuto in vita. E dunque il figlio del padrone si prese il fiore della sua verginità. La prima volta capitò in un casone appena costruito in Bettone (una località del versante occidentale del Monte Grande). E così ci facciamo un’idea dei luoghi favorevoli all’amore clandestino: ora la caneva, o il granaro, ma più spesso nel seminato – dice lei – nascosti gli amplessi tra le alte canne del granoturco o del cinquantino, possiamo immaginare. Anna non sapeva niente del mondo e della vita, forse aveva colto qualche frammento del piacere della copula carnale, non sappiamo. Certo è che non pensò che la sospensione del ciclo mestruale avesse un significato e ad un certo punto cominciò a notare il rigonfiarsi del ventre e cominciò a sentire che qualcuna cominciava a motteggiarla, divulgando la voce che fosse incinta. E allora capì e si presentò al Benetto Gallo, presso il quale da sei anni lavorava come bracciante, e che aveva abitato seco negli ultimi mesi, così le parole che lei usa per rappresentare l’amore fra uomo e donna.

Ma prima di entrare nel dettaglio della vicenda, concludiamo con il personaggio. Da alcuni particolari: il pavimento della casa dove vive e dove seppellirà la neonata, in terra e sabbione; dalla scalla dalla quale dice di aver partorito, in piedi, facendo cadere a terra la neonata; dall’ossessione per il fatto che le vicine potessero sentire il vagito della piccola che la indusse a tapparle la bocca e infine a soffocarla, possiamo dedurre che si trattasse di quei casoni, tipici locali malsani con il tetto spiovente in paglia e i muri perimetrali di fango seccato.

Dunque riepilogando: senza una precisa età, padrona delle sue sole braccia, senza alcuna nozione di nulla, ignorante perfino sui fenomeni del proprio corpo, minuta nella persona, anche per via, possiamo pensare, della cronica malnutrizione delle campagne; e infine che aveva mutato l’orizzonte dello sguardo una volta sola nella vita per andare in città per alcuni giorni a novembre, a San Martin. Non molto diversa, in fondo, dalla servetta di Tracia.